Tutto è cominciato con una domanda semplice, quasi inevitabile: che cosa rimane di quel mondo che Nuto Revelli aveva ascoltato e trascritto? Il mondo dei vinti e L'anello forte erano libri che contenevano vite intere — uomini e donne delle campagne e delle montagne cuneesi, testimoni di una civiltà contadina che nel corso del Novecento era andata svuotandosi fino quasi a scomparire. Il nostro film nasce dal desiderio di tornare in quei luoghi, di cercare i discendenti di quei testimoni, di capire cosa è rimasto e cosa si è perso per sempre.
Un'eredità orale da restituire alle immagini
Revelli lavorava con il registratore. Le sue interviste erano atti di ascolto radicale: niente filtri, niente correzioni, solo la voce di chi aveva vissuto. Noi abbiamo ripreso quella tradizione e l'abbiamo portata nel cinema documentario. Le registrazioni originali di Nuto — conservate e oggi accessibili attraverso il Progetto Aristeo — sono state per noi una bussola e insieme una sfida: come si affiancano le immagini a parole già così cariche? Come si filma un paesaggio che quelle parole hanno già descritto?
La risposta che abbiamo trovato non è illustrativa. Non abbiamo cercato di visualizzare ciò che le voci raccontano. Abbiamo invece costruito un dialogo tra i tempi: la voce registrata di Revelli da un lato, le facce e i gesti dei discendenti di oggi dall'altro, e in mezzo il paesaggio — le Langhe, il Monferrato, le valli occitane, le borgate abbandonate — che porta ancora i segni di entrambe le epoche.
Il mondo contadino e lo spopolamento
Lo spopolamento non è uno sfondo. È il vero soggetto del film. Le case vuote, i vigneti inselvatichiti, i paesi dove l'ultimo abitante ha spento la luce e non è più tornato: tutto questo non è scenografia, è documento. Abbiamo filmato borghi che al tempo di Revelli erano comunità vive e che oggi sono ruderi silenziosi. Abbiamo incontrato persone che hanno scelto di restare — o di tornare — e persone che invece ricordano solo da lontano, da una città del nord o dall'estero, una casa che non c'è più.
Quello che emerge non è nostalgia. O almeno, non solo. È qualcosa di più inquieto: la domanda su cosa si perde quando si perde una cultura materiale, una lingua, un modo di stare nel territorio. I testimoni di Revelli lo sapevano già, mentre parlava con loro. I loro discendenti lo sanno in modo diverso, con la distanza di un'altra generazione.
Come abbiamo lavorato
Il lavoro preparatorio è durato anni. Prima del film c'è stato il Progetto Aristeo, la ricerca sul campo che tra il 2006 e il 2009 ci ha portati a rintracciare i luoghi e i discendenti dei testimoni originali. Quella ricerca è stata la fondazione. Il film è la costruzione sopra di essa.
Sul set non abbiamo mai cercato la ricostruzione. Non abbiamo chiesto a nessuno di recitare un ruolo o di fingere un passato. Abbiamo filmato conversazioni, ambienti, gesti quotidiani. Abbiamo aspettato. Spesso le cose più significative emergono quando la telecamera smette di essere una presenza ingombrante e diventa semplicemente parte della stanza.
Le interviste ai discendenti seguono un metodo che deve molto a Revelli stesso: ascolto prolungato, domande aperte, disponibilità a seguire il racconto dove va — anche quando va lontano dal copione che avevamo in testa. Alcune delle testimonianze più forti del film sono nate proprio così: da una deviazione, da un dettaglio che all'inizio sembrava marginale.
Memoria orale e immagine documentaria
Il cinema documentario ha una relazione complicata con la memoria orale. La parola registrata su nastro è già un documento; l'immagine filmata lo è in modo diverso, più immediato e più ambiguo insieme. Abbiamo cercato di tenere questa tensione aperta nel montaggio, senza risolverla artificialmente.
Ci siamo posti alcune domande concrete che hanno guidato le scelte visive:
- Come si filma l'assenza — di persone, di comunità, di pratiche agricole — senza cadere nel pittoresco?
- Come si usa la voce di Revelli senza trasformarla in citazione ornamentale?
- Come si dà spazio ai testimoni di oggi senza sovrapporsi al lavoro che Nuto ha già fatto con i loro antenati?
- Come si racconta lo spopolamento senza farne una condanna né una elegia?
Non abbiamo risposte definitive a nessuna di queste domande. Ma il tentativo di risponderle ha dato forma al film.
Un progetto aperto
Il film non è un punto di arrivo. È parte di un progetto più ampio che include la serie documentaria, la mostra e questo sito, dove mettiamo a disposizione ore di materiale audiovisivo — interviste, immagini di paesaggio, registrazioni — che non hanno trovato posto nel montaggio finale ma che hanno un valore documentario autonomo.
Crediamo che il lavoro sulla memoria contadina delle valli cuneesi non finisca con un film. Finisce, forse, quando non ci sono più persone che ricordano e luoghi che parlano. Siamo ancora lontani da quel punto. Per questo continuiamo a lavorare.