Tutto ha avuto inizio da un archivio e da una domanda semplice quanto impegnativa: che cosa è rimasto, oggi, di quel mondo che Nuto Revelli aveva ascoltato e trascritto? A partire dal 2006 abbiamo intrapreso un lavoro sistematico di ricerca sul campo che avremmo poi chiamato Progetto Aristeo, un percorso durato tre anni e concluso nel 2009, prima ancora che il film e la serie documentaria prendessero forma definitiva.
Da dove siamo partiti
Il punto di partenza erano le pagine di Il mondo dei vinti e de L'anello forte, le due grandi opere di testimonianza orale che Nuto Revelli aveva costruito nel corso di decenni di registrazioni nelle campagne e nelle montagne del Cuneese. Quei libri contenevano centinaia di voci: contadini, donne di montagna, reduci, emigranti, mezzadri. Voci raccolte con il metodo diretto e paziente che Revelli aveva fatto proprio, senza filtri accademici, restando sempre vicino alla lingua e all'esperienza concreta di chi parlava.
Il nostro compito, almeno all'inizio, sembrava circoscritto: rintracciare i luoghi citati nelle testimonianze, verificare se le famiglie fossero ancora presenti, capire se ci fosse qualcuno disposto a raccontare. Ben presto ci siamo resi conto che stavamo aprendo qualcosa di molto più grande.
Il metodo di ricerca sul campo
Tra il 2006 e il 2009 abbiamo percorso sistematicamente le valli e le Langhe che fanno da sfondo alle testimonianze di Revelli. Non si trattava di un lavoro archivistico nel senso tradizionale: era ricerca viva, che richiedeva di muoversi fisicamente nei paesi, di bussare alle porte, di sedersi nei cortili e nelle cucine. Abbiamo incrociato i nomi che comparivano nei libri con i registri anagrafici, con la memoria dei parroci e degli amministratori locali, con le indicazioni di chi ancora abitava quei luoghi.
Il paesaggio stesso era una fonte. Le cascine abbandonate, i terrazzamenti invasi dal bosco, i cimiteri con le lapidi che portavano cognomi familiari: tutto questo parlava di trasformazioni avvenute nell'arco di pochi decenni, trasformazioni che le parole dei testimoni originali avevano anticipato con una chiarezza a volte dolorosa.
I discendenti: una generazione di mezzo
Il nucleo più prezioso del Progetto Aristeo è stato l'incontro con i discendenti dei testimoni. Figli, nipoti, qualche volta pronipoti: persone che avevano vissuto nell'ombra di quei racconti senza necessariamente conoscerli nella forma in cui Revelli li aveva fissati sulla pagina. Per molti di loro ascoltare alcuni passi dei libri del padre o della nonna è stato un momento inatteso, a volte commovente.
Questi incontri ci hanno permesso di costruire un confronto generazionale che è diventato uno degli assi portanti del nostro lavoro successivo. Le domande che ponevamo erano sempre le stesse, o quasi:
- Sapevate di essere citati, direttamente o indirettamente, nelle opere di Revelli?
- Cosa ricordate dei racconti di famiglia su quel periodo?
- Siete rimasti in questo territorio, e se sì, perché? Se siete andati via, cosa avete portato con voi?
- Come descrivereste il rapporto con la terra oggi, rispetto a quello che i vostri genitori o nonni vi avevano tramandato?
Le risposte non erano mai scontate. Molti dei discendenti avevano lasciato i poderi e si erano spostati in città o all'estero, seguendo esattamente le correnti migratorie che i testimoni originali avevano vissuto o temuto. Altri erano rimasti, spesso con un senso di responsabilità difficile da articolare: la sensazione che abbandonare sarebbe stato tradire qualcosa, anche se non era sempre chiaro cosa.
Passato e presente: uno specchio imperfetto
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dalla ricerca è la discontinuità della memoria. Non nel senso che le famiglie avessero dimenticato: spesso il contrario. Ma la trasmissione era avvenuta in forma frammentata, selettiva, plasmata dalle urgenze di ciascuna generazione. Episodi che nei libri di Revelli occupavano pagine intere erano ridotti, nelle versioni familiari, a una frase o a un gesto. Dettagli che nei racconti originali sembravano marginali avevano invece lasciato tracce profonde nelle abitudini domestiche dei discendenti.
Il confronto tra le registrazioni audio originali di Revelli — che abbiamo potuto ascoltare e in parte utilizzare grazie alla Fondazione Nuto Revelli — e le voci dei discendenti rivelava scarti significativi, ma anche risonanze inaspettate. Certi modi di dire, certi giudizi sul lavoro e sulla terra, certi silenzi davanti alle domande più difficili: erano gli stessi, a distanza di decenni. Come se alcune cose passassero non attraverso il racconto esplicito ma attraverso qualcosa di più radicato, più fisico.
Un archivio aperto
Il Progetto Aristeo non ha prodotto solo materiale per il film e la serie. Ha generato un archivio di riprese, registrazioni e documentazione fotografica che consideriamo un patrimonio autonomo, ancora in parte da elaborare. Le ore di girato accumulate in quei tre anni mostrano luoghi che nel frattempo sono ulteriormente cambiati, volti di persone anziane alcune delle quali non ci sono più, paesaggi rurali in una fase di transizione che non si è ancora conclusa.
È da questo archivio che nascono molte delle clip audiovisive che mettiamo a disposizione su questo sito: materiali di ricerca grezzi o semilavorati, pensati non come prodotto finito ma come laboratorio aperto. Crediamo che restituire almeno una parte di quel lavoro preparatorio sia un atto dovuto nei confronti dei testimoni, dei loro discendenti e di chiunque voglia capire da dove viene Il popolo che manca.